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Insegne e inquinamento luminoso.

Credo sia giusto assumere il risparmio energetico e il contenimento dell’inquinamento (qualsiasi tipo di inquinamento) come un fine naturale e un fattore sostanziale della professionalità dell’insegnista. Propongo qui alcune mie considerazioni generali sull’argomento già pubblicate su AIFIL[IN]FORMA circa due anni fa, quando ero presidente di AIFIL, l’associazione italiana dei costruttori di insegne.
Le leggi sull’inquinamento luminoso stanno già producendo qualche risultato visto che recenti rilevazioni in Veneto non segnalano peggioramenti. Ci chiediamo se ciò sia più il frutto della propensione al contenimento dei consumi indotta dalla crisi economica o dell’accresciuta la sensibilità ai danni dell’inquinamento, ma non va certamente sottovalutato l’effetto della legge, che ha obbligato progettisti, costruttori e installatori a cercare soluzioni più razionali o semplicemente più sensate rispetto ad una prassi costruttiva che sprecava lampade, luce ed energia senza alcun vantaggio per la funzionalità dell’insegna; anzi, spesso l’eccesso di luce comprometteva la lettura del messaggio.

Qual è l’apporto delle insegne all’inquinamento luminoso? Sarebbe interessante misurarlo se fosse possibile. L’arroccamento dei produttori su posizioni quali: “le insegne contribuiscono in modo molto limitato all’inquinamento luminoso”, da cui discendono atteggiamenti di opposizione pregiudiziale verso ogni forma di limitazione alle emissioni luminose da parte delle insegne mi paiono tendenzialmente inconcludenti. A prescindere dall’aspetto etico della vicenda, tali posizioni sono sicuramente poco utili ai fini di gestire con oculatezza un passaggio verso un modo di concepire e di fare insegne che non sia in rotta di collisione con le tendenze che la società ha manifestato da tempo e che ora trovano (anzi hanno già trovato nel caso dell’inquinamento luminoso) una progressiva definizione in ambito legislativo. Una cosa è certa: l’insostenibilità da parte del pianeta del modo di produzione capitalistico è oggi sotto gli occhi di tutti, così come sono forti e a volte già devastanti (ed ingestibili) le contraddizioni che spingono il legislatore a tentare forme di regolazione che ne contengano i danni.

Certo, il compito di AIFIL (l’associazione italiana dei costruttori di insegne) è anche quello di confrontarsi e dialogare con le istituzioni affinché le leggi regionali e i regolamenti siano applicabili (in alcuni casi non è materialmente possibile rispettare i parametri perché del tutto immaginari rispetto alle tecnologie ed alle tecniche esistenti), ma personalmente non credo vi sia alcun rapporto diretto ed immediato fra la limitazione – per legge – della luminosità e dei consumi delle insegne e la presunta riduzione del volume di affari delle imprese del settore. Non credo inoltre che limitare la quantità di luce impedisca di costruire insegne altrettanto funzionali di quelle del passato.

Senza addentraci qui in questioni tecniche è chiaro che la visibilità di un’insegna non dipende solo dalla quantità di luce emessa, ma è relativa al contesto, così come la percezione di luminosità è relativa al contrasto. Credo dunque che sia necessario per l’associazione dei costruttori di insegne promuovere una cultura che assuma il risparmio energetico e il contenimento dell’inquinamento (qualsiasi tipo di inquinamento) come un fine naturale e un fattore sostanziale della professionalità. La sostituzione delle insegne attuali con insegne più compatibili con i fini di contenimento delle emissioni luminose e di risparmio energetico non può non essere un processo complesso e di lungo periodo che passa sì dall’imposizione legislativa, ma anche dall’adeguamento delle tecniche e delle tecnologie del sistema produttivo e dall’evoluzione culturale di produttori e consumatori.

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